Parkinson: nutrizione

L’aspetto nutrizionale deve essere inserito nella gestione generale del paziente, subito dopo la diagnosi.

Per i pazienti a cui è stata prescritta la levodopa, è importante seguire una dieta a ridistribuzione proteica, ovvero mangiare gli alimenti ricchi di proteine solo alla sera, perché le proteine possono interferire con l’assorbimento del farmaco.
Uno studio, che la Dr. Barichella ha appena completato con la sua equipe, ha confrontato le abitudini nutrizionali dei pazienti parkinsoniani rispetto ai controlli. Lo studio ha evidenziato che i parkinsoniani mangiano di più, in generale, rispetto alle persone sane e che, in particolare, consumano più proteine. È stato anche osservato una correlazione tra la quantità di proteine ingerita e la quantità di levodopa assunta per controllare la sintomatologia del paziente: chi mangia più proteine ha bisogno di più levodopa.

L’unico alimento che i parkinsoniani assumono in quantità minore rispetto alle persone sane è l’acqua. Le linee guida consigliano alle persone con più di 65 anni di bere 2 litri di acqua al giorno e l’assunzione di acqua da parte dei parkinsoniani è nettamente inferiore (circa la metà). Questo può peggiorare un sintomo della malattia ovvero la stitichezza, presente in circa il 60% dei pazienti.

Pertanto, si consiglia ai malati di ridurre l’assunzione delle proteine e di aumentare l’assunzione di acqua.

Si consiglia di mangiare alimenti aventi una consistenza adeguata per ridurre il rischio di disfagia (difficoltà a deglutire). A questo proposito l’esperienza africana ha insegnato molto: in Ghana il tasso di disfagia tra i parkinsoniani è più basso e questo potrebbe dipendere dalla morbidezza ed omogeneità dei cibi che mangiano.

Per avere indicazioni generali sulla dieta, si consiglia di leggere la guida rossa dell’AIP. I pazienti che necessitano di una visita dietologica possono essere visitati al centro Parkinson, presso presso la Struttura di Dietetica diretta dalla Dr. Barichella. Quando un paziente viene visitato, viene sottoposto ad una serie di test per individuare la eventuale presenza di disfagia, stitichezza e scialorrea (eccessiva salivazione), secondo criteri riconosciuti a livello internazionale. Viene inoltre calcolato l’indice di massa corporea detto BMI, che permette di stabilire se un paziente è in sovrappeso oppure è sottopeso. L’approccio viene descritto dalla Dr Pinelli, che descrive i mezzi terapeutici a disposizione per il controllo di questi sintomi. La disfagia viene controllata modificando la consistenza degli alimenti ingeriti, per la stipsi il paziente può imparare a modificare il suo comportamento (bere più acqua, ingerire più fibre, fare attività fisica).

L’osservazione che un indice di massa corporea (BMI) più elevato migliora la sopravvivenza in alcune malattie neurodegenerative (malattia di Huntington e SLA), ha indotto ricercatori americani del NINDS (l’Istituto Nazionale Americano per Ricerche sulle malattie neurologiche e sull’ictus) a valutare il ruolo del BMI anche nel Parkinson.

A questo scopo hanno analizzato i dati in 1673 pazienti parkinsoniani con una diagnosi di malattia da non più di 5 anni, che avevano preso parte ad uno studio sulla creatina negli Stati Uniti ed in Canada, in cui erano stati seguiti per periodi dai 3 ai 6 anni. Hanno individuato i pazienti che avevano perso peso (n=158 – 9,4% del totale) ed un gruppo che era aumentato di peso (N=233) – 13,9%). Hanno stabilito che nel gruppo che avevano perso peso il punteggio motorio sulla scala UPDRS era aumentato mediamente di 1,48 punti in più per visita rispetto ai pazienti con peso stabile, mentre i pazienti che erano aumentati di peso hanno presentato mediamente un punteggio motorio inferiore di 0,51 punti per visita.

Non vi sono state differenze significative per quanto riguarda la sopravvivenza, ma bisogna tenere presente che i decessi erano stati molto pochi.

Questo lavoro evidenzia che è importante prevenire il calo ponderale involontario e la malnutrizione per difetto nei pazienti PD, utilizzando strategie nutrizionali appropriate e consigliate dagli specialisti e, qualora necessario, supplementazioni orali. Il calo ponderale, con dieta moderatamente ipocalorica e sotto controllo medico, resta comunque indicato per chi soffre di sovrappeso e obesità in PD.

Nutrizionisti italiani hanno confrontato le abitudini alimentari di 600 pazienti parkinsoniani rispetto a 600 persone senza la malattia, aventi lo stesso sesso ed età e provenienza geografica simile, facendo uso della banca dati dell’Osservatorio nutrizionale Grana Padano. È emerso che i pazienti in media assumevano più calorie (+ 400 calorie al giorno circa), ma in media pesavano di meno (indice di massa corporea media 26,1 rispetto a 28,5). Anche l’assunzione quotidiana di molte componenti alimentari erano maggiore, tra cui le proteine (in media 1,2 g/kg rispetto a 1 g/kg) e la differenza era correlata ad un aumentato bisogno di terapia correttiva a base di levodopa (0,38 mg/kg peso corporeo) indipendentemente dalla durata della malattia. È stato rilevato anche che i parkinsoniani in media bevono di meno anche se introducono più fibra (in media 31,8 g rispetto a 29,9g al giorno). È noto che l’assunzione di fibre con poca acqua promuove la stitichezza invece di ridurla. Infatti, 47% dei pazienti parkinsoniani riferivano stitichezza rispetto al 7% delle persone controllo.

Una delle ricercatrici, la Dr.ssa Barichella, responsabile dell’Unità di Dietetica e Nutrizione Clinica del Centro Parkinson CTO a Milano, ha affermato che i parkinsoniani devono ridurre l’assunzione di proteine (non più di 0,8 g/kg al giorno) e bere 2 litri di acqua al giorno – due punti cardine nel trattamento dietologico della malattia.

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Parkinson: nutrizione ultima modifica: 2018-04-09T11:01:44+02:00 da Aura